Musica e Concerti

Anche l’Abruzzo ha il suo blues

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A spasso con Luigi Candelori tra i canti della nostra terra, dove le “tradizioni” diventano “progressive” e la musica popolare abbraccia la modernità


Luigi CandeloriTERAMO – Quando entra in redazione, Luigi Candelori porta con sé un grande astuccio pieno di spartiti. “È la musica del prossimo album - mi spiega -, è quasi tutto pronto”. Ha gli occhi dell’appassionato e la voce dell’entusiasta. Mentre ci prepariamo per l’intervista tira fuori il primo cd del progetto 'Tradizioni progressive'. L’artwork della copertina richiama le suggestioni prog-rock anni ’80: un fiore rosso che spunta dalla terra, forse arida, quasi a risorgere. 

Luigi è il direttore dell’accademia Start, musicologo laureato al Dams di Bologna, diplomato al conservatorio in chitarra jazz, e cuore pulsante del progetto. Il nome, Tradizioni progressive, è tutto un programma: un flusso cross-genere che rielabora le canzoni popolari abruzzesi (teramane in particolare) in chiave rock, jazz, progressive, funky, world-music, e chi più ne ha più ne metta. Quando ascolto il primo pezzo, ‘E quante te vuje bbene’, non credo alle mie orecchie. Mai il nostro dialetto è sembrato più poetico, romantico, con le note che scaldano il cuore e le radici nostre che ritrovano nuova linfa.

Quando nasce Tradizioni progressive?

“Il progetto in sé nel 2005, ma l’origine è lontana. Quando studiavo al Dams portai una tesina per il corso tenuto da Roberto Leydi, uno dei più grandi etnomusicologi al mondo. Era il 1989. Per il mio lavoro decisi di raccogliere materiale sulle canzoni popolari andando in giro per i paesi della provincia di Teramo. Un giretto da niente per Cerqueto, Montorio, Guardia Vomano, Castelbasso e tanti altri comuni. Con il mio walkman (ah, gli anni ’80, ndr) registravamo i canti direttamente dalle voci di anziane e anziani. Stiamo parlando di canzoni non scritte, che sopravvivevano solo grazie alla tradizione orale”.

Una bella scarpinata…

“Decisamente! E non fu neanche tanto semplice convincere gli abitanti. Pensa che una volta riuscii a mettere insieme alcune vecchiette di Crognaleto per iniziare una registrazione. Tutto era pronto, eravamo vicini ad un grande camino, quando nella casa entra il marito di una di loro. Un uomo corpulento, aveva appena finito di lavorare, sulla fronte portava un fazzoletto annodato per il sudore. Mentre mi guarda penso intimorito: 'Oddio, che vorrà?'. Lui mi fissa e dice: 'Tu ‘nne pu’ fa'. Non lo puoi fare. E aggiunge: 'Mett’ che ssi sbaj’, qua sa ‘dda fa’ li prove!'. E se sbagliano mentre registi? Bisogna prima fare delle prove (ride). Alla fine lo convincemmo e tutto andò liscio”.

Poi?

“Poi, dopo molto tempo, ho riascoltato il lavoro. Ispirato da quanto fatto in altre regioni (pensa alla taranta e a come si è riusciti a sfruttare tutto quel patrimonio musicale) pensai: 'Perché non lavorarci?'. L’idea era quella di rielaborare in forma moderna i canti della nostra tradizione. Sono le nostre radici e non vanno perse. I tempi cambiano, ovviamente, come i gusti d’altronde. Le canzoni vanno perciò riviste in altre forme, ma il cuore è sempre lo stesso”.

Copertina dell'album 'Tradizioni progressive'

Sono tutti inediti?

“Si. Sono tutte canzoni non scritte, mai registrate prima di allora. Sono canti religiosi, canti di lavoro, canti delle partenze. Noi abbiamo una grande tradizione musicale che non ha nulla da invidiare ad altre più famose. I nostri salterelli sono fantastici; l’importante è non perdere questa memoria. In fondo, le emozioni contenute in questi canti sono le stesse che hanno prodotto il blues in America: il dolore, la fatica del lavoro, l’amore, la partenza”.

Insomma, anche l’Abruzzo ha il suo blues?

“Certamente (ride)”.

Parliamo di musica: dentro c’è un po’ di tutto. Qual è la filosofia del progetto?

“Conservare la tradizione con un contenitore più moderno. In fondo, la nostra, è l’epoca delle contaminazioni. Mi piace trattare i nostro canti come se fossero degli standard, miscelando il tutto con il jazz e l’improvvisazione. Ma anche il rock e il progressive. Dare alla nostra musica un’impronta di world-music. Non mi fa paura neanche il pop. Mi piacerebbe che questi canti tornassero a far ballare i giovani”.

Non hai paura che così si snaturino le tradizioni, la purezza delle radici?

“È la critica classica a progetti di questo genere. Ma io mi chiedo: è meglio mantenere il nostro patrimonio musicale in un archivio polveroso o farlo diventare un’occasione per ricordare? Noi vogliamo valorizzare la nostra tradizione, non lasciarla in soffitta. E poi il progetto è suonato da musicisti professionisti arrangiato con cura (oltre alla chitarra di Luigi c’è Alessia Martegiani alla voce, Fabrizio Mandolini al sassofono, Massimiliano Coclite al piano, Domenico Di Teodoro alla fisarmonica, Gabriele Pesaressi al basso, Bruno Marcozzi alle percussioni e Morgan Fascioli alla batteria, ndr). Il domani è fatto di integrazione, anche musicale. Senza integrazione le radici si perdono”.

Progetti futuri? 

“Il nuovo cd: è un progetto che conterrà canzoni più conosciute come ‘Sant’Andonje’, (Sant’Antonio) ma anche pezzi meno noti come ‘Barchetta d’ore’ (Barchetta d’oro) e ‘J vuless chi scesse la luna’ (Vorrei che uscisse la luna). L’idea è di portare suonare in giro per i paesi, affiancati dai musicisti locali in modo da dare un’impostazione ancor più etnica e ancorata alle radici. A tal proposito, stiamo lavorando insieme all’associazione Itaca (Il territorio al centro dell’attenzione) che ha sposato il progetto e ad una serie di Comuni come Cellino, Cermignano, Canzano, Castellalto, Penna Sant’Andrea e Basciano. I live, con ogni probabilità, inizieranno già durante l’estate”.

Il pezzo a cui sei più affezionato?

“Sicuramente ‘E quante te vuje bbene’ (Quanto ti voglio bene), dal primo album. Lì dentro c’è tutta l’anima del progetto: la tradizione, l’etnico, il jazz, il rock. È la canzone che più rappresenta la mescolanza del nostro patrimonio con le nuove forme musicali”.

Con il tuo permesso, allora, ce l’ascoltiamo…

Ok!

ASCOLTA ‘E QUANTE TE VUJE BBENE’

Per info sull’album 'Tradizioni progressive' telefonate al 347 366 95 82.

William Ricci
(17/04/2012)




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