TERAMO - Il segreto dello scrittore per lui è non “aver pudori”, è un po’ un “vivere e guardarsi vivere” mentre si scrive. In fondo una nemesi per chi come lui nella vita sembra aver scelto esattamente l’opposto. Semplicità e sobrietà, quel pudore insomma che soltanto chi ha qualcosa da raccontare possiede, lo scrittore con la S maiuscola direbbe qualcuno.
Roberto Michilli - classe ’49, due romanzi e diverse raccolte di poesie alle spalle, Premio Teramo nel ’97 e finalista al Premio Assisi l’anno dopo - ha appena pubblicato la sua ultima fatica, La più bella del reame (Galaad Edizioni). Giovedì primo dicembre (ore 17.30) ci sarà la presentazione alla Biblioteca Provinciale ‘M. Dèlfico’ di Teramo.
“Niente di che – ci tiene a precisare schermendosi com’è nel suo stile – mia figlia leggerà passi del romanzo, mio figlio suonerà con il suo gruppo e io dirò qualcosa”.
E invece di cose da dire ne ha molte di sicuro, ad iniziare dal difficile ‘mestiere’ dello scrivere...
"La scrittura è un apprendistato continuo. Se dovessi descriverla, direi che è un po’ come quando s’uccide il maiale, non si butta via nulla. Ecco, quando scrivi utilizzi tutto quel che hai vissuto, fai ricorso al tuo ‘serbatoio di esperienze’ sia belle che brutte, per creare situazioni. L’importante appunto è non aver pudori, darsi in prima persona al lettore".
Nel tuo ultimo romanzo fai dire alla protagonista “Tutti dovrebbero raccontare con sincerità e onestà la loro vita e metterla a disposizione degli altri. Sarebbe la memoria vera dell’umanità”. Quasi un testamento del tuo ‘lavoro da scrittore’?
"La narrazione ha questo potere unico: consente di esplorare la vita umana. Permette di veicolare molte informazioni e riflessioni, ispirandone a sua volta altre. Se ci pensi è un mezzo molto potente, basta guardare ai ‘Grandi Classici’, quelli che hanno saputo raccontare la loro epoca e toccare le corde dell’animo umano. E’ per questo che sono sopravvissuti al passare del tempo".
Hai iniziato molto tardi a scrivere, quand’è scattata ‘la molla’?
"Ho iniziato tardi è vero, alla fine degli anni ’80. Avevo già quarant’anni e dopo un incidente a cavallo sono stato costretto a cambiar vita e reinventare ritmi nuovi. Da allora ho cominciato a scrivere e non ho mai smesso. Ho ancora una decina di libri nel cassetto che vorrei pubblicare".
Un rilievo speciale per te sembra averlo la poesia: hai pubblicato delle raccolte e nel tuo blog (larmegliamori.wordpress.com) dici che la ‘poesia raccoglie, custodisce, testimonia i battiti del tempo umano’...
"Esser poeti è molto difficile e i buoni poeti sono ‘una merce rara’. A differenza di quel che credono in tanti, la poesia è razionalità, tecnica. E’ un meccanismo perfetto per suscitare emozioni. Forse è per questo che è un’arte ormai scomparsa al contrario della narrativa".
‘La più bella del reame’ racconta la storia di Viviana, donna bellissima capace di attrarre uomini e donne con il suo fascino. Una bellezza che da ‘regalo del destino’ si trasforma presto in ‘condanna’, fino a quando non arriva la malattia a ‘rompere l’incantesimo’ e Viviana si trova a ripercorrere tutta la sua vita passata e a scriverla ‘per lasciare una traccia di sé’. Una storia di sofferenza e forza, dove nasce il personaggio di Viviana?
"E’ un personaggio che avevo in mente da tempo. Doveva far parte di ‘Desideri’, il mio primo romanzo pubblicato nel 2005. Il libro inizialmente prevedeva cinque storie, una di queste parlava appunto di una donna capace di scatenare l’odio tra due uomini diventati nemici per amore. Mi accorsi che tra i tre era lei ad intrigarmi, la storia di questa donna che non parlava mai e rimaneva quasi un’ombra. Così nasce Viviana e, con lei, il romanzo".
Perché la ‘bellezza’ al centro del racconto? Cos’è per te la bellezza ‘al femminile’?
"Lo spunto viene da un passo dei Minima Moralia di Adorno, ‘L'inutile beautè’: 'Donne di singolare bellezza sono condannate alla sventura. Anche quelle che hanno tutte le condizioni favorevoli, e che sono assistite dalla nascita, dalla ricchezza, dal talento, sembrano come perseguitate o possedute dall'impulso alla distruzione di sè e di tutti i rapporti umani a cui partecipano'. Io credo che una donna bella sia quella che non è cosciente di esserlo, che non vive in funzione di essa e non la sfrutta. Da ‘vecchio amante’ del fascino femminile, direi che una donna davvero bella pensa a vivere le sue aspirazioni dimenticandosi di questa sua qualità naturale. Oggi anche questo concetto ha subito uno ‘scadimento culturale’, la bellezza è diventata senz’altro più strumento".
Il racconto parte però da un evento drammatico, la malattia...
"La malattia è solo un artificio, un pretesto che non serve a suscitare pietà ma a dare spunto a Viviana per parlare del suo amore per la vita, del suo coraggio, della sua voglia di vivere nonostante tutto. In realtà Viviana è un po’ il contrario di quel che sono stato io. Rispetto a lei, credo di ‘aver vissuto poco’. Lei in fondo è una specie di mia rivalsa verso la vita. Se c’è qualcosa che ci accomuna invece, è l’amore per i figli e il desiderio che riescano sempre ad esprimere se stessi e le proprie aspirazioni. Ma questo credo sia comune a qualsiasi genitore".
L’ambientazione della storia sembra molto ‘teramana’ nei luoghi e in alcune parti del racconto...
"No, direi che l’ambientazione potrebbe esser ‘teramana’ ma in realtà non lo è. Mi spiego, ci sono dei riferimenti spaziali ben precisi ma sono in funzione della costruzione di un ‘luogo immaginario’. Un po’ alla Faulkner o alla Thomas Hardy. Il tentativo è sempre quello di far ‘cogliere un’atmosfera’ al di là della fisicità dei riferimenti".
Questo è il terzo romanzo della tua carriera. Un’ultima riflessione sulla letteratura, teramana e non, da quando hai iniziato a scrivere ormai vent’anni fa?
"Oggi s’inizia a scrivere anche quando manca quel ‘bagaglio di esperienze’ di cui parlavo prima. Questo mestiere s’impara soltanto ‘scrivendo’, con i tempi giusti. Adesso non è così, e quel che viene a mancare è soprattutto il riconoscimento del valore e delle differenze. L’unica maniera per continuare a esser scrittore come lo intendo io, è starsene un po’ isolato, confrontandosi soltanto con il lettore. Un’ultima considerazione, proprio a proposito di ‘riconoscimento dei valori’, vorrei ringraziare la mia casa editrice, la Galaad Edizioni di Giulianova, creata da due teramani capaci e appassionati del loro mestiere come pochi".
"Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce". Figuriamoci un nuovo albero che spunta in una foresta già folta.
L'altra Parola è il nuovo albero che nasce nella foresta dell'informazione della provincia di Teramo. Lo fa come indica l'antico proverbio: in silenzio. Ma, silenziosamente, L'altra Parola è decisa a conquistarsi il suo spazio e la sua porzione di terreno vitale.
Per farlo, si affiderà agli organi che ogni albero ha a disposizione: le sue radici. Da queste, l'intero organismo trae il nutrimento necessario per crescere, diventare forte, solido, alto fino a superare gli altri alberi che lo circondano per poter godere dei raggi del sole.
L'altra Parola ha radici profonde che traggono linfa dal territorio teramano: sono le persone, i luoghi, le attività che caratterizzano la nostra provincia. Questa terra ci darà le sostanze utili per diventare grandi, per mettere fiori e frutti da offrire ai lettori.
I frutti de L'altra Parola saranno le notizie: ogni giorno racconteremo il nostro territorio, nella bella e nella cattiva stagione. Proprio come un albero che attraversa la primavera, l'estate, l'autunno e l'inverno cambiando forma e aspetto, senza mai tradire la sua natura.
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