Luca Mazzoleni, il custode del Gran Sasso

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La montagna vista e raccontata dal gestore del rifugio Franchetti

Mazzoleni al Franchetti in compagnia di un gracchioChi va in montagna non può non conoscere, almeno di vista o per sentito dire, Luca Mazzoleni, il cortese gestore del rifugio Franchetti, splendido ricovero ubicato a 2433 mt. nel cuore del Gran Sasso.

Da quanto tempo ti occupi dell’amministrazione del rifugio?

"Sono molti anni ormai, più di quanti mi piaccia ricordare in effetti! Dei rifugi del Gran Sasso mi occupo dal 1982, prima del Duca degli Abruzzi sul versante dell’Aquila, e dal 1988 ad oggi del Franchetti. Il prossimo anno sono trenta stagioni precise.

Il tempo scorre veloce anche per i montanari … Sul tuo chiamarmi 'cortese gestore' poi forse molti amici e alcuni frequentatori del rifugio potrebbero obiettare, visto che molti mi danno dell’orso scorbutico. Ma si sa, il gestore burbero è un cliché duro a morire e che avrà pure un suo perché!"

Il rifugio da mezzo secolo è un punto di riferimento per escursionisti, alpinisti o semplici amanti della montagna. E’ pesante la “responsabilità” del Franchetti?

"Lavorare in un ambiente splendido come il Vallone delle Cornacchie, nel cuore del Gran Sasso, è un grande privilegio e ne sono consapevole in ogni momento, ma si lavora e ogni lavoro ha le sue responsabilità, la sua fatica e anche momenti in cui si vorrebbe essere altrove. Quindi la risposta è sì: spesso è pesante arrivare a fine giornata, soprattutto ad agosto e nei fine settimana estivi. La pressione sulla struttura e quanti vi lavorano è decisamente forte, a volte eccessiva per un rifugio così piccolo e con dotazioni per forza di cose limitate e questo rende certi periodi davvero massacranti con ritmi davvero lontani dall’immaginario romantico del gestore di un rifugio isolato e tranquillo".

L’alta montagna, turisticamente parlando, vive il suo periodo di maggior affluenza nei mesi estivi. Da inizio giugno fino a settembre inoltrato, tempo permettendo, il rifugio lavora a pieno ritmo. Il bilancio stagionale è positivo?

"Certo che lo è, deve esserlo, altrimenti sarebbe impossibile far quadrare i conti e avere di che vivere. Sono tanti anni che faccio il gestore e questo non sarebbe possibile se il rifugio non mi desse una base economica sufficiente a vivere del mio lavoro. Ma il dover ricavare un utile dalla gestione non rende un rifugio un’attività commerciale qualsiasi, dove l’unica discriminante è il guadagno: un rifugio è una struttura molto particolare che si basa su principi etici e professionali diversi da quelli della maggior parte delle attività commerciali; l’appartenere al Club Alpino Italiano e il condividere principi ed etica di questa grande e autorevole associazione sono di per sé delle garanzie affinché un rifugio non si trasformi in un hotel o una trattoria in quota, o almeno sono una buona base perché questo non avvenga".

Nel periodo che va da ottobre a maggio il Franchetti apre esclusivamente per il fine settimana o nei giorni festivi su prenotazione. Lontano dal rifugio, di cosa si occupa Luca Mazzoleni?

"In passato ho lavorato come commesso presso dei negozi specializzati nel settore della montagna o barcamenandomi con lavori vari e precari abbastanza disparati; da qualche anno mi sono messo a scrivere guide di scialpinismo in Appennino e articoli sulle riviste del settore; è un lavoro creativo e stimolante che mi piace molto e mi sta dando frutti e soddisfazioni oltre le aspettative".

Tu che conosci l’ambiente, cosa faresti per promuovere il turismo montano? Prati di Tivo, ad esempio, è una località che vive più di bassi che di alti…

La montagna appenninica è sottovalutata molto, anche da chi se ne dovrebbe occupare e anche da chi ci vive. Ci sono località con forti potenzialità lasciate a se stesse o dove gli investimenti sono mirati a grandi progetti o mega strutture. Invece una rete capillare, diffusa ed efficiente di piccole strutture (rifugi, ostelli, posti tappa e B&B), una buona rete di sentieri ben tracciati e un pizzico di promozione su siti, riviste specializzate e fiere dedicate potrebbe servire molto di più per far conoscere la bellezza e le tante possibilità offerte da un turismo alternativo, ma meno di nicchia di quel che si possa pensare. Soprattutto all’estero l’Abruzzo dei sentieri, delle vie ferrate, della mountain bike, delle racchette da neve e dello scialpinismo non è conosciuto. E’ un mercato quasi inesplorato".

I paesi di montagna soffrono sempre di più lo spopolamento. Pensi che prima o poi possa esserci un cambio di rotta?

"Nel mio piccolo sono un esempio di questo cambio: da anni vivo e risiedo a Pietracamela, bellissimo borgo con poche decine di residenti tutto l’anno, e la stessa scelta che ho preso è stata fatta da due coppie di amici. E’ sintomo di una esigenza di 'ritorno ai monti', ma non è cosa facile: in generale in Abruzzo lo spopolamento e una discreta miopia degli amministratori non facilitano i residenti antichi e quei pochi giovani che vogliano tornare a vivere i borghi di montagna. La spinta ad abbandonare le città per tornare ad abitare i piccoli paesi è diffusa e forte, ma occorrono posti di lavoro, possibilità di sviluppo per chi ha coraggio e voglia di fare. Senza un progetto intelligente e coraggioso come quello di cui accennavo prima non sarà facile produrre opportunità e lo spopolamento nel frattempo continua. Molti residenti nei comuni montani sono anziani e purtroppo alla loro scomparsa non c’è ricambio, le abitazioni rimangono abbandonate e poi dirute; nella migliore delle ipotesi vengono ristrutturate come seconde case e abitate un mese l’estate e 15 giorni a Natale e Capodanno".

Il Gran Sasso, parafrasando il titolo del documentario realizzato da Stefano Ardito, è una montagna che unisce?

"A ognuno la sua sensibilità, quindi parlo per me. Aquilani, teramani, pescaresi, romani e tutti gli altri incontrandosi in montagna, scalandone le pareti e cenando insieme gomito a gomito nel rifugio hanno l’opportunità di condividere momenti bellissimi e di conoscersi come persone. Se questo non è unire la gente non so cosa possa esserlo. Sì, il Gran Sasso è una grande montagna che unisce, dobbiamo solo aprirci agli altri e permetterlo".

Una vita passata tra le vette, sia per lavoro sia per passione. Il mare lo vedi da lontano, e, in tutti i sensi, all’orizzonte?

"Non solo dalla terrazza del rifugio si vedono le spiagge di Giulianova e Roseto, nelle belle giornate di tramontana talvolta si ha la fortuna di intravedere le coste e i monti della Croazia al di là dell’Adriatico. E’ bellissimo e in alcune giornate di lavoro il richiamo dell’acqua azzurra e del sole sulla spiaggia è davvero forte".

Da poco è venuto a mancare Walter Bonatti, leggenda dell’alpinismo mondiale e grande esploratore. Un uomo che è stato un esempio per tutti gli amanti della montagna e non. Hai mai avuto l’onore di incontrarlo?

" Purtroppo no, non è successo. So che Bonatti amava il Gran Sasso e vi era stato varie volte, come anche altri grandi come Cassin. Non ho avuto la fortuna di conoscerlo però, immagino anche per la discrezione che lo contraddistingueva e che lo portava a non mettersi in mostra".

Bene Luca, è tutto. Se ti va, manda pure un saluto ai lettori de “L’altra Parola”. Ci vediamo tra le nuvole.

"Arrivederci al Gran Sasso allora, al Franchetti o a Pietracamela, in una luminosa giornata di sole!".

 

Fabio Petrella
(17/10/2011)






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