enrico melozzi sanremo

Enrico Melozzi a Sanremo

Il musicista teramano dirigerà Noemi al Festival della canzone italiana che partirà il 14 febbraio.

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arte con sega chiodi e martello

L’arte fatta con sega, chiodi e martello

GIULIANOVA – Dentro il Torrione di Palazzo Re a Giulianova c’è un menhir. Chi l’ha visto ha avuto modo di conoscerne la forza espressiva; ha sperimentato l’immobilismo corporeo della contemplazione; si è immerso in una sconosciuta frattura dello spazio-tempo. Chi l’ha visto ha ammirato, riflettuto, forse pregato. Chi l’ha visto non se l’aspettava. Un monolite originale, spiazzante, che molti vorrebbero rivedere.

Fortunati loro, quindi, perché dalla prossima settimana sarà di nuovo possibile. L’opera rimarrà aperta al pubblico per altri sei giorni, dal 13 al 15 e dal 20 al 22 gennaio. Nel frattempo, per comprenderne meglio il significato e la genesi, abbiamo incontrato gli autori.

Cinque artisti, Giustino Di Gregorio, Claudio Pilotti, Fabio Perletta, Manuela Cappucci e Gabriele Esposito, uniti in un percorso complesso e multidisciplinare che il caso o il destino ha fatto si che conducesse alla realizzazione del progetto MEN-HIR (Higher Interconnection Research).

 

Si replica. Ve l’aspettavate? Com’è stata l’affluenza?

“Onestamente non ci aspettavamo una replica: in  realtà  la genesi dell’opera è stata talmente rapida che non ci ha lasciato molto tempo per crearci delle aspettative. Abbiamo soltanto cercato di ascoltare il luogo e di ascoltarci reciprocamente. L’affluenza è stata buona ma soprattutto ci ha colpito l’attenzione di chi è entrato nella torre: abbiamo visto le persone entrare ed uscire soltanto dopo parecchio tempo e con delle interpretazioni che colpivano davvero nel segno”.

 

Prima di parlare dell’opera, raccontateci come vi siete incontrati

“Giustino e Claudio avevano già lavorato insieme in diversi progetti così come Manuela e Fabio. In realtà dobbiamo ringraziare due ‘creatori di link’: il circolo culturale ‘Il Nome della Rosa’ di Giulianova che è un luogo ricco di iniziative e aperto a nuove proposte culturali ed artistiche e gli ‘ArchitettiSenzaTetto’, un gruppo di creativi pescaresi che con la loro generosa e disinteressata attenzione a ciò che si muove nel sottobosco delle città e delle province d’Abruzzo (e non solo), attraverso  le  loro ‘interviste itineranti’, hanno permesso ai membri del gruppo ci riconoscersi e di trovarsi intorno a questo progetto”.

 

Perché il menhir? A chi è venuto in mente?

“Già dai primi incontri, è nata la consapevolezza della grande opportunità che avevamo di lavorare in un contesto estremamente suggestivo, quasi magico, come il torrione rinascimentale custodito all’interno di Palazzo Re, nella Giulianova storica. Abbiamo cercato di valorizzare al meglio lo spazio circolare e la cupola pensando l’ambiente come un microcosmo e permettendo ai visitatori di muoversi intorno ad una sorta di asse multimediale, accompagnati dai suoni di Fabio. Ci piaceva  l’idea di creare un ambiente in cui lo sguardo dei visitatori potesse soffermarsi sulla pittura di Manuela per poi alzare lo sguardo e lasciarsi catturare dalle proiezioni di Giustino e Claudio e viceversa, nel rispetto dei tempi e dei modi che appartengono ad ognuno. Il menhir poi comunica un senso di mistero che si perde nella notte dei tempi: ci sono molte interpretazioni sul significato di queste pietre conficcate nel terreno”.

 

La vostra opera è decisamente complessa: è un monolite, ma è composto, arricchito da simbologie moderne e antiche. Ci date qualche elemento interpretativo?

“Questa è decisamente una domanda difficile, più che altro perché tutti noi siamo legati ad un linguaggio sia estetico che concettuale e siamo convinti che l’equilibrio o anche la disarmonia voluta siano di per sé comunicativi, un po’ come se l’arte potesse  parlare una propria  lingua  che ognuno decodifica a suo modo.. e, ascoltando il feedback dei visitatori, è un po’ quello che è accaduto e che ci ha spinto a prolungare l’esperienza oltre il tempo previsto. Per quanto riguarda gli elementi interpretativi possiamo soltanto rimandare alla genesi dell’opera: abbiamo cercato di lavorare sulle antitesi materiale/virtuale, passato/futuro, terra/cielo e la presenza spigolosa dell’uomo all’interno di una armonica rotondità cosmica, e forse anche su altre che in questo momento ci sfuggono…”

 

Come l’avete costruita?

“Sega, chiodi e martello! La parte strutturale proprio così e, ci teniamo a dirlo, tutto da soli, da veri artisti-artigiani. Le competenze di Claudio e di Gabriele, che è architetto, sono state preziose in questa fase come nella progettazione dello spazio. Tutto è stato costruito all’interno della torre anche perché il corridoio di ingresso è davvero stretto e non permetteva l’ingresso neanche di semi-lavorati. Non vi diciamo lo sguardo stupito (e un po’ preoccupato) del padrone di casa quando ci ha visto entrare con la sega circolare e i listelli di legno…ma, per fortuna, si è fidato”.

 

Il Torrione di Palazzo Re è una scenografia davvero suggestiva. Come l’avete scelta?

“Un po’ per caso: una sera d’estate, il signor Luigi Re ci ha invitato a visitare la sua casa e quando siamo entrati nella torre ci si è aperto uno scenario di incredibile suggestione dovuta anche all’ effetto sorpresa perchè è un tesoro rinascimentale  custodito in un involucro ottocentesco e nessuno se lo aspetta. Abbiamo subito avvertito la magia del posto  e il desiderio di lavorare al suo interno con il rispetto dovuto al luogo e ai padroni di casa che lo custodiscono restituendolo alla collettività anche attraverso progetti di questo tipo”.

 

State preparando qualcos’altro?

“E’ troppo presto per pensare ad altro: sentiamo tutti di aver dato il meglio di noi stessi in questo lavoro comune ed è stato notato da molti come Menhir sembri nato da una sola mente. E’ un risultato davvero gratificante, soprattutto considerato che alcuni di noi, pur stimandosi, si sono conosciuti artisticamente e umanamente proprio lavorando al Menhir. D’altro canto la libertà è alla base dell’autenticità dell’arte e costituire ‘ufficialmente’ un gruppo fa paura a tutti noi… forse è anche per questo che ci siamo scelti”.

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We are the Planet! sbarca a Teramo

TERAMO – Domani, 14 dicembre alle ore 9.30 nell’aula tesi della facoltà di Scienze della comunicazione a Teramo, si terrà l’inaugurazione del Centro didattico sperimentale: un’iniziativa inserita nel più ampio progetto comunitario We are the Planet!, ideato ed elaborato da Solstizio in collaborazione con ProgettoMondo MLAL, co-finanziato dalla Commissione europea e promosso dall’Amministrazione provinciale di Teramo.

Il Centro sarà coordinato da Solstizio con l’impiego della propria rete, estesa in diverse aree del pianeta, che coinvolge musicisti, artisti, ricercatori, associazioni e Ong con diramazioni a New York, Londra e aree sub-sahariane (Benin, Mali,Burkina Faso).

I primi laboratori ad essere attivati – primavera 2012 – saranno Ecoslogong e Earhbeats. Il primo, ideato da Maria Crispal, nasce dall’idea di dare la possibilità a ogni alunno coinvolto di creare un logo/slogan sul tema del progetto e testimoniarlo attraverso la realizzazione di una t-shirt e un video promozionale. Earthbeats, invece, emerge da un’idea di Emidio Sciannella ampliata con l’aiuto dell’artista Julia Kent e si basa sulla raccolta di suoni spontanei creati da bambini coinvolti in progetti con tematiche specifiche (guerre, emigrazioni, problemi idrici, ambiente) che vengono rielaborati da musicisti e trasformati in assemblaggi originali, destinati ad essere immessi nei circuiti di mercato, commerciali o underground.

Nel secondo anno prenderà quindi il via Architecture of Intelligence, meta-progetto dell’artista Giuseppe Stampone supervisionato da Derrick De Kerckhove e sarà il punto di raccordo di tutte le esperienze del progetto, che confluiranno nella produzione di originali manufatti artistici, realizzati con differenti modalità e forme, utilizzando video, foto e materiali di riciclo che l’artista trasformarà in opere d’arte. Architecture of Intelligence si concluderà con installazioni permanenti nelle piazze pubbliche, collegate in streaming, di Avila (Spagna), Nova Gorica (Slovenia), Strovolos (Cipro), Teramo (italia) e Benin.

I materiali dei tre laboratori una volta commercializzati tramite aste di beneficenza consentiranno il sostegno a progetti sostenibili nei paesi dell’area sub-sahariana dove opera l’ONG ProgettoMondo Mlal. Un’altra azione, connessa con il Centro, riguarda la creazione, nelle aree protette dei Paesi partner, dei cosiddetti Musei dei Bambini, attraverso installazioni artistiche temporanee allo scopo di rendere visibili i materiali realizzati dagli alunni nei laboratori.

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Il grande male: storia di un genocidio scomparso

GIULIANOVA – Secondo molti storici, il primo genocidio del ‘900 è avvenuto durante la grande guerra, tra il 1915 e il 1916. Oltre un milione e mezzo di armeni, mandati a morire, come scrisse qualcuno, “di tutte le morti possibili”. Uno sterminio che anticipò, per forma e gravità, quello degli ebrei e sul quale lo stesso Adolf Hitler, al fine di confortare alcuni ufficiali ancora turbati dai suoi folli progetti, ebbe profeticamente a dire: “Chi si ricorda oggi del genocidio degli Armeni?”.

Una storia dimenticata, per certi versi, ma non troppo. Una storia che, in realtà, riesce ancora oggi a far breccia nei cuori di coloro che non si arrendono al grande male e che magari, come è successo sabato scorso, scelgono di trascorrere la loro serata assistendo alla presentazione della graphic novel, Medz Yeghern (il grande male), di Paolo Cossi. Un giovane e talentuoso fumettista friulano, premiato con il Condorcet Aron dal parlamento della comunità francese del Belgio, e ospite per l’occasione del circolo virtuoso, Il Nome della Rosa a Giulianova.

FUMETTO – Il lavoro di Cossi ripercorre lo sterminio del popolo armeno attraverso l’uso intelligente di diverse fonti storiche. L’idea è quella di riportare fatti e contesti assolutamente veritieri e documentabili, costruendo, però, un filo rosso romanzatoche attraversa e tiene insieme l’intera narrazione storica. “Il mio – dice – è un tratto caricaturale, simbolico, che vuole evitare il dettaglio splatter, invitando il lettore a non cedere a distrazioni artistiche e a rimanere concentrato sulla storia raccontata. In fondo – continua –, dai murales americani, fino a Yellow Kid, il fumetto non è altro che l’effetto di una tradizione fatta di immagini volte a dare informazioni, a veicolare messaggi”.

Quindi passa a raccontare la genesi del suo lavoro sul genocidio degli Armeni. “All’inizio non sapevo nulla; è stato un mio amico che fa ricerche sul monte Ararat ad introdurmi sull’argomento, poi ho avuto la fortuna di conoscere l’autrice de La masseria delle Allodole, Antonia Arslan, che mi ha dato tanti libri e tanta documentazione da leggere. In realtà – spiega – la parte più difficile e lunga, non è quella esecutiva, del disegno, ma quella della documentazione, che nel mio caso tende a durare fin quando l’editore non alza la cornetta del telefono e ti ricorda che c’è un libro da finire…”.

PERFORMANCE – Quella che prende vita durante la presentazione dell’opera di Cossi, non è il classico profluvio di parole altisonanti, ma una reale dimostrazione del talento del friulano che, aiutato dalle note desertiche ed esotiche prodotte dalla chitarra di Danilo di Nicola, si cimenta nel disegno dal vivo di sette tavole che illustrano momenti particolari della sua opera grafica, Medz Yeghern. Dalla mano di Cossi, che scorre sicura sul grande foglio bianco, prendono forma i fucili dei turchi, il deserto assassino, l’ineluttabile destino degli armeni, così come i volti e nomi degli aguzzini, ma anche dei giusti, di quel soldato tedesco, Armin Wegner, che da solo, scattando foto e custodendo le prove, riuscì a mantenere vivo il ricordo di un genocidio che si voleva dimenticato.

Ancora oggi lo sterminio armeno rappresenta un fatto storico scomodo, e anche piuttosto rischioso da raccontare. “Per questo lavoro – racconta Cossu -, ho ricevuto un plico di 14 pagine di minacce scritte in fogli A4, in triplice copia: uno per me, uno per l’editore svizzero e uno, per l’editore italiano”. La qual cosa non scoraggia Paolo che anzi la prende con ironia ricordando la grammatica scostante ed incerta di quelle frasi minatorie, “scritte probabilmente con Google traduttore”.

Ricordiamo che sul sito del circolo, Il Nome della Rosa, è disponibile il programma della stagione 2011/2012. Vi segnaliamo, nel frattempo, l’incontro di venerdì prossimo con il prete anti-camorra di Scampia, Don Aniello Manganiello, ospite del circolo in seno al Premio Borsellino. Durante l’incontro verrà presentato il libro “Gesù è più forte della camorra”.

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Luoghi musicali: il cantiere Se Mi Jazz

MOSCIANO SANT’ANGELO – Se mi Jazz è il nome di un EP, di un cantiere musicale, di un luogo protetto per la creazione di musica. Se mi Jazz è uno stile. Se mi Jazz è una voce nuova, sicuramente, ma anche lo spazio creativo dove far convergere i talenti della provincia di Teramo, magari poco visibili, che tanto hanno da dire, ma soprattutto da suonare.

Abbiamo fatto una chiacchierata con il suo ideatore, o meglio, con la figura aggregatrice, Luca Pelusi. Luca è un cantante, autore di testi e clown-volontario negli ospedali. Un ragazzo appassionato e competente che, tra una parola e l’altra, mi racconta di un progetto che dal nulla oggi fiorisce in tutto il suo valore musicale ed artistico.

Luca, quando nasce Se mi Jazz? E dove?

“Nasce due anni fa circa, a Mosciano, anche se il luogo fisico non è così importante”.

In che senso?

“A Mosciano abbiamo la nostra sala prove, e lo sguardo del nostro cantiere è rivolto ai musicisti locali. Vogliamo avere un rapporto diretto con loro. Lo scopo è aggregare talenti e risorse musicali”.

Tutto parte da te?

“Sì, volevo essere un aggregatore di musicisti, fare musica. Canto e scrivo i testi. Mi piace vedermi come un talent scout”.

E’ stata dura all’inizio?

“Abbiamo iniziato grazie ad un finanziamento di una fondazione, poi abbiamo proseguito con le nostre forze. Cercando musicisti, facendoli incontrare, suonare e confrontare. Alla fine il prodotto è stato l’EP Se Mi Jazz”.

Prima di parlare del vostro EP, cosa volete fare precisamente con il cantiere musicale?

“Vogliamo offrire dei prodotti musicali che non siano già ‘belli e pronti’, da acquistare sul mercato. Vogliamo far vedere, e sentire a tutti, che anche qui in provincia e non solo nelle grandi città ci sono talenti validissimi. Vogliamo che Se Mi Jazz sia un luogo musicale, per così dire, ‘protetto’. Un luogo in divenire che offra prodotti di qualità, freschi e soprattutto originali”.

Parliamo del vostro EP, Se Mi Jazz. Come siete arrivati alla scelta dei musicisti?

“Tutto è partito dall’osservazione. Tra club e festival ho notato musicisti validi, tutti locali, quindi li ho chiamati e ho spiegato loro il progetto che avevo in mente”.

Ovvero?Copertina Se Mi Jazz

“Fare della musica che avesse degli elementi di jazz con i musicisti del territorio. La nostra è una musica di fatto cantautorale, che racconta delle storie, ponendo l’accento sui testi. Ma anche una musica jazzata. Se Mi Jazz, appunto. E a quanto pare è stata molto apprezzata: siamo arrivati in finale al Premio Daolio (Sulmona) e finalisti al concorso Fara Music Jazz Festival di Fara Sabina, Rieti”.

Sul vostro sito è possibile sentire alcune tracce del vostro EP. Oltre ai testi, spiccano degli arrangiamenti molto curati.

“È vero: abbiamo avuto la fortuna di avere con noi musicisti versatili. Validi compositori ed arrangiatori. Tutti provenienti da esperienze diverse. In particolare dobbiamo ringraziare per le composizioni Manolo Di Liberatore, pianista di formazione classica e Elmar Shäfer, sassofonista legato alle tradizioni musicali blues e jazz americane, qui anche arrangiatore e compositore. Siamo molto soddisfatti”.

Dove volete arrivare?

“Beh (sospira), vorremmo scuotere la situazione musicale. Fare in modo che tutti si accorgano che non c’è bisogno di comprare ‘prodotti pronti’ e poi farli suonare in un festival; che la musica può essere anche autoprodotta in loco con cifre ragionevoli, magari attraverso un cantiere come il nostro. Serve solo competenza e passione. L’ideale sarebbe passare dai direttori artistici ai talent scout. Occorrono persone che costruiscano percorsi musicali. Oggi come oggi, i direttori artistici dovrebbero selezionare musicisti e band che fanno musica originale, fresca. Invece assistiamo a questo: il direttore artistico di un festival suona all’interno del suo festival e se ne vanta pure. E magari viene pagato due volte, una volta come direttore ed una volta come esecutore. Discutibile. Un festival deve essere un luogo per musicisti e non per il direttore artistico che seleziona (anche se musicista)”.

Quanto è costato produrre il vostro EP?

“Abbiamo fatto le cose per bene: circa 3.000 euro tra musicisti, sala di registrazione, sito internet, grafica, duplicazione… Abbiamo registrato nello studio di Marco Pallini (Bellante) che ha subito instaurato un buon feeling con noi. Tornando ai soldi, il costo che più di tutti mi ha spiazzato è stato quello relativo ai bollini Siae. Ma è possibile che un’opera prima debba essere vincolata dai bollini Siae? Stiamo parlando di 40 centesimi a bollino, per un cd demo gratuito che non può essere venduto! Se si vuole dare man forte alla musica emergente sarebbe bene creare una corsia preferenziale. Aiutare le opere prime senza il peso fiscale dei bollini. Giusto la tassa di iscrizione, se uno compone”.

Quando vi potremo sentire?

“Abbiamo già fatto una presentazione dell’EP ad agosto. Ora speriamo di farne una seconda verso Natale. Intanto pensiamo a qualche festival e al prossimo progetto musicale. Stiamo pensando di inserire degli elementi dixieland. Ma nel nostro cantiere, come avrai capito, è tutto in divenire”.