POGGIO UMBRICCHIO (CROGNALETO) - C’era una volta, non lontano da Teramo, un antico paese fortificato che spartiva con la roccia sulla quale era stato erto un sincero rapporto di amicizia e abbandono. I paesani, devoti al credo agropastorale, vivevano sereni le giornate, sì faticose, ma a sera, nel riavvolgere il cammino dai campi verso casa, intonavano canti di incontrovertibile gioia, e ottimismo.
Si tirava avanti a stento e con il frutto degli orti, sincero omaggio di una terra coltivata, curata e protetta dalle avversità. Ma venne la guerra, il mondo cambiò faccia, e gli uomini lasciarono le montagne confluendo nell’esacerbata solitudine delle città. Via via che il progresso avanzava, che i palazzi raggiungevano vertiginose altezze e le strade si scuotevano di nuovi prodigi elettronici, la vecchia falce arrugginita e macchiata d’erba veniva messa da parte. Così iniziò a spegnersi il paese, tradito da un lavoro che non conosceva più pazienza, e grano.
Non esistono luoghi idilliaci. Nemmeno le favole. Ma se volete fare un tuffo nel passato, saggiare la fermentazione del mosto, scrutare da vicino le montagne, bagnarsi nelle fredde acque del Vomano e gustare quel che di buono la terra ci offre, non dovete far altro che inforcare la Strada Statale n. 80 del Gran Sasso d’Italia in direzione Montorio al Vomano e proseguire, curva dopo curva, verso L’Aquila, fino ad incontrare il bivio per la Strada Provinciale 42C che s’inerpica indomita tagliando i pendii che cullano l’abitato di Poggio Umbricchio.
Arroccato nell’alta valle del Vomano, tra il Gran Sasso e la Laga, a ridosso di quella che è stata per duemila anni una delle principali vie di comunicazione tra l’Abruzzo e Roma, il toponimo di Poggio Umbricchio compare per la prima volta nel 1239 in un documento dell’imperatore Federico II di Hohenstaufen che affidò ai signori de Podio Ymbreccle la custodia del prigioniero milanese Enrico de Cruce. Tuttavia, reperti ceramici e altri rinvenimenti archeologici dimostrano che il suo territorio è stato abitato, senza soluzione di continuità, sin dall’età romana. Un territorio che oggi, accecato dalle rotte di speranza economica, verte in uno stato di semiabbandono.
Dal dopoguerra in poi, infatti, Poggio Umbricchio ha vissuto, alla stregua dei numerosi borghi limitrofi, uno spopolamento fulminante. Il piccolo centro rurale, nel pieno della stagione fredda, ospita un esiguo numero di abitanti, tanto modesto da contarsi sulla punta delle dita. I servizi sono praticamente inesistenti. Eppure, nonostante il letargo invernale, il paese è ancora aggrappato alla realtà, grazie anche alla determinazione della Pro Loco, guidata dall’energico presidente Secondo Di Pietro, e all’impegno dell’eclettico sacerdote Don Filippo Lanci. Così durante l’anno, anche se in maggior misura nel periodo estivo, Poggio Umbricchio è un crogiolo di attività, eventi e manifestazioni che spaziano dal sacro al profano, dall’enogastronomia all’arte, dalla cultura al divertimento. Senza dimenticare lo sport e la squadra di calcio amatoriale che riscuote un grande successo di partecipanti e sostenitori.
Tra gli appuntamenti più importanti che animano il piccolo centro rurale segnaliamo le rievocazioni storiche di San Antonio Abate, il venerdì Santo con la solenne processione notturna, la Via Crucis con attori e figuranti in costume, il lunedì dell’Angelo, i festeggiamenti in onore della Santa Patrona, Santa Maria Lauretana (8 settembre), e la manifestazione di fine luglio “Vivere in un mulino ad acqua”organizzata nei pressi del vecchio mulino De Giorgis, recentemente ristrutturato dall’Ente Parco Gran Sasso e Monti della Laga. E sarebbe peccato, una volta in paese, non visitare la chiesa parrocchiale di Santa Maria Lauretana (secolo XVI) e, al suo interno, i magnifici altari lignei barocchi, gli affreschi cinquecenteschi, le tele dei secoli XVII-XVIII, il sorprendente soffitto ligneo a cassettoni del Seicento e il cippo miliario romano (IV secolo d.C.).
Scriveva Cesare Pavese: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Un inciso che vale e include Poggio Umbricchio, borgo dall’esistenza transumante che gode a pieno dell’estate e si cheta con la luna di settembre, quando la natura inarca la schiena sotto il peso delle piogge. Forse un giorno non ci sarà più tempo per una partita a tressette o per una lenta camminata tra le anguste vie pietrose del villaggio. Forse non ci sarà più tempo per un’escursione nei boschi o per un pic-nic lungo le sponde del fiume. Forse non ci sarà più tempo per l’organetto e per una forsennata quadriglia. Forse non ci sarà più tempo per Poggio Umbricchio, ma, per adesso, e fino a quando qualcuno serberà la speranza, la torre della chiesa rintoccherà le ore della vita, respingendo con malcelata ostilità il siderale distacco di una montagna incantata.
(foto di Ercole De Giorgis)
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